La città che si colora, i corpi che riempiono vuoti urbani, la forza delle relazioni. L’Università di Trento propone una mostra fotografica dedicata ai due Dolomiti Pride che si sono svolti a Trento nel 2018 e nel 2023 e che hanno visto la partecipazione di migliaia di persone.
Si intitola “Echi di orgoglio. Immagini, spazio pubblico, comunità”. Un richiamo agli echi che risuonano in montagna e che si riverberano nell’aria colmando distanze, fisiche ma anche culturali.
Un racconto per immagini, realizzato con il materiale degli archivi fotografici di Arcigay del Trentino, attraverso la selezione di alcuni degli scatti più significativi delle due manifestazioni. Una specifica attenzione è dedicata alla partecipazione della comunità universitaria. Entrambi gli eventi avevano ricevuto il patrocinio dell’Università di Trento.
Sei pannelli con 84 fotografie che ritraggono persone che parlano in pubblico, che danzano, che suonano, che si abbracciano. Persone che si raccontano. «Tante azioni diverse in posti della città che durante la vita ordinaria sono occupati dalle auto, da passaggi veloci, da sguardi indirizzati sulla transitorietà dell’attraversamento. La mostra racconta di come invece la città cambia durante quegli eventi e si trasforma al servizio della società. Del modo in cui il corpo fa politica, esprime un’opinione occupando un posto fisico quotidianamente vuoto ma che invece viene colmato, riempito da posizioni, ideologie, pensieri critici che escono dalle case e sentono la necessità di dichiarare la propria presenza», spiegano Starlight Vattano, docente del Dipartimento di Ingegneria civile, meccanica e ambientale e componente del comitato scientifico dell’evento, e Lorenzo Varponi, vicepresidente Arcigay del Trentino.
Durante adunate di questo tipo la città cambia anche dal punto di vista estetico assumendo una colorazione diversa, sia in senso metaforico che fisico. «La città si colora, diventa un evento urbano d’eccezione. Una città ripensata, che crea comunità e diventa una realtà sociale che riempie i vuoti con le relazioni».
Le fotografie diventano il punto di partenza per una riflessione su come la città e la società che la abita si trasformino reciprocamente, sulla base di valori condivisi quali l’uguaglianza, il rispetto dei diritti umani e l’impegno contro ogni forma di discriminazione.
L’iniziativa è nata all’interno del tavolo informale Lgbtq dell’Ateneo, formato da docenti, personale tecnico e amministrativo e due rappresentanti della comunità studentesca. È organizzata dai Dipartimenti di Ingegneria civile, meccanica e ambientale e di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento e dalla Biblioteca universitaria Mesiano – Bum con il supporto della Direzione Servizi digitali e bibliotecari d’Ateneo e la collaborazione dell’associazione Arcigay del Trentino.
Il Comitato scientifico è composto, oltre che Starlight Vattano e Lorenzo Varponi anche da Sandro La Barbera e Barbara Poggio. In esposizione gli scatti di: Francesca Baldo, Lavinia Calzolari, Tomas Grosello, Zeno Menegazzi, Edoardo Meneghini, Carlotta Paolucci, Emma Ragozzino, Pasquale Tarallo, Antonello Veneri.
L’inaugurazione è in programma martedì 29 settembre alle 17.30 nell’aula 001 di Palazzo Prodi (Trento – Via Tommaso Gar, 14).
Intervengono per i saluti istituzionali il rettore dell’Ateneo di Trento, Flavio Deflorian, la prorettrice alle Politiche di Equità e Diversità di UniTrento Barbara Poggio, i direttori dei due dipartimenti dell’Università di Trento promotori dell’evento, Rossano Albatici per Ingegneria civile, ambientale, meccanica e Massimiliano Bampi per Lettere e Filosofia, il presidente di Arcigay del Trentino Shamar Droghetti, il dirigente della Direzione Servizi digitali e bibliotecari di UniTrento Nicola Zanella, la vicesindaca del Comune di Trento Elisabetta Bozzarelli.
A seguire, un momento di dialogo tra la professoressa Starlight Vattano e l’architetta Daniela Sonja Schroeder, storica dell’arte e attivista, sul tema dell’architettura queer.
Un’occasione per rileggere con lente critica le zone urbane, approfondire la comprensione e la necessità di costruire spazi fluidi che cambiano in base al modo in cui si trasforma la società stessa, al di là delle rigide norme eteronormative e binarie. «Provare a guardare ai progetti architettonici di una città per una società non più androcentrica ma costituita da tantissime altre categorie di persone, è un modo per accogliere, per integrare e consolidare i valori della comunità intera», sottolineano gli organizzatori.

