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Screening neonatale, la genomica può rafforzare la diagnosi precoce delle malattie rare

Individuare le malattie genetiche rare nei primi giorni di vita, prima della comparsa dei sintomi, e rendere più tempestivo l’accesso a cure e percorsi assistenziali mirati. È la prospettiva al centro dello studio del gruppo di Genetica Medica dell’Università di Trieste, diretto da Paolo Gasparini, professore ordinario di Genetica Medica UniTS e direttore della Struttura Complessa di Genetica Medica dell’IRCCS-Burlo Garofolo.

Il lavoro, condotto in collaborazione con Stefania Zampieri, dirigente biologo della Genetica Medica dell’IRCCS-Burlo Garofolo, ha valutato l’impatto clinico ed economico dell’integrazione della genomica nei programmi di screening neonatale, prendendo come modello il Friuli Venezia Giulia e confrontando l’approccio tradizionale con uno scenario “genomic first”, basato sul sequenziamento dell’esoma — Whole Exome Sequencing, WES — come primo livello di indagine.

Lo screening neonatale rappresenta oggi uno degli strumenti più efficaci di prevenzione: consente di identificare precocemente alcune patologie trattabili e di intervenire prima che possano determinare complicanze gravi, disabilità o danni irreversibili. Il modello tradizionale si basa però prevalentemente sull’analisi di marcatori biochimici e può quindi riconoscere solo le malattie per le quali esistono segnali già noti e rilevabili.

«Oggi lo screening neonatale è molto efficace, ma può identificare solo le patologie associate a specifici biomarcatori – spiega Paolo Gasparini –. Con un approccio genomico possiamo intercettare le malattie genetiche direttamente alla radice, anche in assenza di segnali precoci evidenti».

La differenza non riguarda soltanto la tecnologia utilizzata, ma l’intero percorso diagnostico. Nel modello tradizionale lo screening parte dal test biochimico, seguito, in caso di positività, da eventuali approfondimenti genetici. Nel modello genomico, invece, il sequenziamento dell’esoma diventa il primo passaggio dell’indagine, seguito quando necessario da test biochimici mirati o da ulteriori conferme diagnostiche. In questo modo la genomica consente di ampliare il campo di osservazione anche a patologie oggi non incluse nei pannelli tradizionali.

Lo studio ha preso in esame la coorte dei neonati del Friuli Venezia Giulia nel 2023, pari a 7.543 bambini. In quell’anno lo screening ha individuato un caso di atrofia muscolare spinale, un caso di fibrosi cistica e undici casi di malattie metaboliche. Applicando a questa coorte il confronto tra i due modelli, l’analisi stima per lo screening tradizionale un costo diretto di 131 euro per neonato e per lo screening genomico un costo di 183 euro, con un incremento di 51 euro per neonato.

A fronte di questo aumento iniziale, il modello genomico mostra però un rapporto costo-efficacia positivo. Secondo le stime, in Friuli Venezia Giulia l’approccio “genomic first” potrebbe generare risparmi complessivi per circa 2,2 milioni di euro, considerando i vantaggi economici legati all’anticipo della diagnosi, alla riduzione delle complicanze e al contenimento dei percorsi assistenziali più lunghi e complessi. Lo screening genomico potrebbe inoltre consentire di identificare ogni anno ulteriori 7-8 casi di malattie rare non diagnosticabili con i test biochimici tradizionali.

«Investire nella diagnosi precoce significa rendere il sistema più sostenibile nel medio-lungo periodo – aggiunge Gasparini –. È una logica di sanità orientata alla prevenzione».

Il valore della genomica applicata allo screening neonatale non si misura quindi soltanto nel numero di patologie individuabili, ma anche nella possibilità di ridurre la cosiddetta “odissea diagnostica” che molte famiglie affrontano prima di arrivare a una diagnosi. Una diagnosi più precoce può favorire l’accesso tempestivo a terapie più efficaci, migliorare gli esiti clinici e funzionali, ridurre il carico assistenziale e contenere l’impatto sociale della disabilità.

Lo studio sottolinea anche la necessità di definire con attenzione le patologie da includere in un eventuale programma di screening genomico neonatale. Tra i criteri principali rientrano la possibilità di un intervento terapeutico, la validità clinica del test, l’età di esordio della malattia, la severità del quadro clinico, la penetranza e la fattibilità tecnica dell’analisi genetica. La prospettiva, quindi, non è quella di un uso indiscriminato della genomica, ma di un’applicazione guidata da criteri clinici, scientifici ed etici.

Un altro punto centrale riguarda il rapporto tra screening genomico e screening metabolico. I due approcci non devono essere considerati alternativi, ma complementari. La genomica permette di individuare le varianti genetiche associate alla malattia; lo screening metabolico può contribuire a validarne l’effetto funzionale, distinguendo tra varianti patogenetiche, risultati di significato incerto e forme cliniche diverse, comprese quelle a esordio tardivo.

La riduzione dei costi di sequenziamento, l’aumento delle terapie geniche e cellulari e l’identificazione di nuovi bersagli terapeutici rendono oggi la genomica uno strumento sempre più rilevante per la medicina preventiva e personalizzata. Restano aperte questioni decisive, dalla gestione delle varianti di significato incerto alla protezione dei dati genomici dei neonati, fino alla necessità di infrastrutture bioinformatiche adeguate e di studi pilota condivisi tra laboratori e sistemi sanitari.

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