La malattia di Parkinson costituisce per impatto sanitario e sociale la seconda patologia neurodegenerativa dopo la demenza. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità entro il 2050 il numero di casi raddoppierà e solo in parte a causa del progressivo invecchiamento della popolazione generale: i determinanti causali, infatti, sono essenzialmente ancora ignoti.
Una ricerca dell’Università di Padova aggiunge un tassello alla conoscenza dei meccanismi che contribuiscono a innescare la malattia. Lo studio Thrombin reshapes α-synuclein biochemical properties by N-terminal truncation, pubblicato il 28 ottobre 2026 su Nature Communications e condotto da un gruppo di ricerca del dipartimento di Scienze del Farmaco dell’Università di Padova, si è focalizzato sugli effetti della trombina (enzima implicato in alcuni processi di neuroinfiammazione) sulla proteina alfa-sinucleina, coinvolta nella regolazione del trasporto dei neurotrasmettitori nelle sinapsi, il cui accumulo anomalo nel cervello è responsabile dello sviluppo e della progressione della malattia di Parkinson.
I risultati dimostrano che la trombina potrebbe contribuire allo sviluppo della malattia, poiché va a modificare in modo selettivo la struttura, l’aggregazione e la funzione di alfa-sinucleina.
«Nel nostro laboratorio studiamo la malattia di Parkinson, in particolare le proteine che ne sono coinvolte. Frammenti di alfa-sinucleina vengono trovati all’interno dei cervelli di pazienti post mortem malati di Parkinson. Non si sa come tali frammenti si formino, che ruolo abbiano nell’insorgenza della malattia, però vengono trovati e ciò sottolinea la loro importanza – spiega Patrizia Polverino de Laureto, co-autore dello studio e responsabile del gruppo di ricerca di Biofisica delle proteine applicate alle malattie neurodegenerative del dipartimento di Scienze del Farmaco -.
L’alfa-sinucleina in questi pazienti risulta modificata tramite alcuni “tagli” causati da un enzima che scompone le proteine in pezzi più piccoli e in amminoacidi: abbiamo perciò messo insieme trombina e alfa-sinucleina, osservando come la trombina generi proprio l’alfa-sinucleina troncata. L’esperimento è stato eseguito più volte in vitro, dimostrando lo stesso risultato e quindi la sua replicabilità e misurabilità. Questo lavoro è importante perché potrebbe portare a una correlazione tra processi di neuroinfiammazione e malattia di Parkinson, a situazioni patologiche complesse che potrebbero essere un altro aspetto della fisiopatologia del Parkinson. Ringrazio tutti i colleghi che hanno contribuito a raggiungere questi importanti risultati».
«La trombina è coinvolta nella coagulazione del sangue e, in teoria, non dovrebbe avere nulla a che vedere con il Parkinson, più legato a processi infiammatori: lo studio dimostra invece che è in grado di tagliare in maniera selettiva l’alfa-sinucleina, rimuovendo sei amminoacidi dalla sua parte N terminale – aggiunge il primo autore, Philipp Trolese, dottorando del gruppo di ricerca di biofisica delle proteine applicate alle malattie neurodegenerative del Dipartimento di Scienze del Farmaco -.
Come molto spesso accade nella scienza, la nostra curiosità è nata quasi per caso: stavamo cercando, proprio al contrario, delle proteasi (enzimi) che non tagliassero l’alfa-sinucleina, e la trombina ci sembrava, da un punto di vista teorico, un ottimo candidato. In pratica, invece, abbiamo visto che questo taglio avviene ed è molto riproducibile.
Mi ha colpito come un enzima che noi associamo sempre alle funzioni del sangue e della coagulazione possa avere un effetto anche in altre patologie, continuando a dimostrare quanto sia complicata l’insorgenza di una malattia come il Parkinson e, più in generale, quanto complesso sia il funzionamento del nostro corpo e del nostro cervello. Nella seconda parte del lavoro, inoltre, abbiamo caratterizzato questa forma tagliata dell’alfa-sinucleina, andando a studiarne, analizzarne, comprenderne le funzioni, sia fisiologiche sia associate a condizioni patologiche».
Usando una serie di tecniche biofisiche avanzate, i ricercatori hanno dimostrato che la reazione tra trombina e alfa-sinucleina avviene sia in vitro, che in un ambiente biologico complesso che mima, di fatto, le condizioni in vivo. Il prossimo passo dei ricercatori, pertanto, è capire se questo frammento rilevato in vitro si formi anche effettivamente nei pazienti e, successivamente, comprendere se sarà possibile prevedere delle forme di trattamento per questa malattia progressiva e degenerativa.
Link alla pubblicazione: https://www.nature.com/articles/s41467-026-78990-z

