Il segreto è nascosto nei nostri muscoli facciali. Il nostro corpo partecipa, silenziosamente,
ogni volta che un volto si fa difficile da leggere. Su «PNAS» la ricerca delle Università di Padova e Parma che ricompone una contrapposizione che divideva le neuroscienze cognitive da decenni
Riconoscere le espressioni facciali degli altri è una capacità fondamentale della comunicazione umana: ci permette di comprendere rapidamente lo stato affettivo di chi abbiamo di fronte, di anticiparne le reazioni e di entrare in sintonia. Nella vita quotidiana incontriamo continuamente espressioni non chiare o persino ambigue: le “chiare” sono quelle inequivocabili come un sorriso sfacciato o un pianto a dirotto, quelle “ambigue” sono sfumature micro-facciali dubbie come ad esempio un cenno a metà tra l’ironico e il perplesso.
Come fa il nostro cervello a cogliere queste sfumature e a riconoscere quale emozione è espressa nel volto degli altri?
Lo studio, ideato e coordinato da Paola Sessa dell’Università di Padova, principal investigator del progetto finanziato dalla Fondazione Cariparo e prima autrice dell’articolo, sottopone a verifica empirica un modello teorico da lei proposto.
La ricerca dal titolo “Facial palsy reveals the sensorimotor contribution to facial-emotion recognition” pubblicato su «PNAS» dal team di ricerca guidato da Paola Sessa del Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione dell’Università di Padova in collaborazione con Pier Francesco Ferrari dell’Università di Parma chiarisce un punto decisivo sui meccanismi del riconoscimento: il nostro corpo partecipa, silenziosamente, ogni volta che un volto si fa difficile da leggere.
Le due ipotesi teoriche nella letteratura scientifica
Da sempre le neuroscienze cognitive hanno cercato una risposta alla domanda di come riesce il nostro cervello a cogliere le sfumature e a decifrare l’emozione dipinta sul volto degli altri. Secondo alcune ipotesi, il cervello riconoscerebbe le emozioni altrui soprattutto attraverso l’analisi visiva dei volti: il cervello cioè si limita a confrontare i volti con dei modelli visivi che ha imparato a memorizzare. Altre teorie sostengono invece che la vista, da sola, non basti e che il cervello coinvolga anche i sistemi motori, gli stessi con cui esprimiamo le emozioni attraverso i nostri volti: è come se le simulassimo dentro di noi, cioè per comprendere gli altri facciamo un tentativo “invisibile” di imitare i loro movimenti facciali.
Una condizione sperimentale particolare
Il nuovo studio chiarisce la questione avvalendosi di una condizione sperimentale particolare: la partecipazione allo studio di persone con paralisi facciale congenita – sindrome di Moebius – o acquisita. La paresi facciale – la perdita parziale o totale della capacità di muovere i muscoli del viso – rappresenta, in questo senso, un vero e proprio terreno sperimentale. Questa condizione riduce, e in alcuni casi elimina, la possibilità di muovere il viso senza dover ricorrere ad alterazioni artificiali. Mettere a confronto persone paralizzate fin dalla nascita, come chi è affetto dalla sindrome di Moebius, con chi ha sviluppato la paralisi più tardi nel corso della vita permette di isolare il ruolo fondamentale delle esperienze motorie.
La ricerca sul campione di persone affette da paralisi facciale (congenita o acquisita) ha permesso di comprendere come il movimento del volto partecipi alla lettura delle espressioni altrui. Tutti i partecipanti hanno osservato – con l’obiettivo di riconoscerle – brevi video di due tipologie di espressioni emotive: le une molto chiare, le altre ambigue e sottili. La capacità di movimento del volto nei due gruppi (paralisi congenita/paralisi acquisita) è stata misurata, da una fisioterapista specializzata nelle paralisi facciali, “in cieco” in modo da non essere influenzata da informazioni sui soggetti.
I risultati della ricerca: un nuovo approccio teorico
I risultati mostrano che il contributo dei sistemi sensori-motori del volto – i segnali inviati al cervello che uniscono i sensi e il movimento muscolare effettivo – diventa particolarmente importante davanti alle espressioni ambigue: un dato che concilia le due prospettive teoriche e fonda un nuovo approccio concettuale di come riconosciamo le emozioni altrui. Valutando la mobilità facciale residua, lo studio ha rilevato che, davanti alle espressioni più sottili e ambigue, più movimento restava, migliore era il riconoscimento, in entrambe le forme di paralisi. Per le espressioni chiare, invece, in chi aveva acquisito la paralisi da adulto il riconoscimento non risultava legato alla mobilità del volto: il sistema aveva già avuto anni per costruire il proprio “archivio” visivo delle espressioni emozionali. Nelle persone con sindrome di Moebius quel legame restava presente anche per le espressioni chiare, suggerendo che sia proprio l’esperienza motoria precoce a rendere in seguito questo archivio più autonomo dal movimento del volto.
Questo risultato trasforma una disputa durata decenni del tipo “o l’una o l’altra” in una spiegazione scientificamente verificabile: oggi possiamo finalmente capire quando e perché le informazioni visive e quelle sensorimotorie collaborano tra loro.
«Capire che cosa prova un’altra persona non è un’attività da spettatori: il nostro corpo partecipa, silenziosamente, ogni volta che un volto si fa difficile da leggere. E non riguarda solo chi vive con una paralisi. Nei nostri dati è bastato limitare temporaneamente i movimenti del viso di volontari sani perché la lettura delle espressioni più ambigue vacillasse. Questo studio non chiude una discussione: apre domande finalmente precise – sottolinea Paola Sessa -. La riabilitazione del movimento del volto può sostenere anche la comprensione degli altri? E quanto pesano le interazioni faccia a faccia dei primi mesi – i visi guardati, imitati, ricambiati – nel costruire l’archivio mentale delle espressioni, dentro quella che è probabilmente una finestra critica dello sviluppo? Sono i nostri prossimi passi, da compiere insieme a clinici, pazienti e famiglie».
«In anni di discussioni con il team di ricerca siamo sempre tornati a un punto: quella fra i volti è una conversazione tra corpi, prima ancora che tra occhi. Lo si vede già nei primi mesi, quando bambino e genitore si rispecchiano e affinano la lettura delle emozioni – conclude Pier Francesco Ferrari -. E nessuna disciplina, da sola, poteva arrivarci: il risultato è nato dall’incontro fra neuroscienze, psicologia, clinica e fisioterapia».
I risultati della ricerca sono stati resi possibili dal contributo della Fondazione Cariparo, attraverso il bando “Ricerca Scientifica di Eccellenza”, e sono frutto del lavoro del Facial Expression, Embodiment & Emotion Lab (FEELab) diretto dalla professoressa Paola Sessa del Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione, di Arianna Schiano Lomoriello che ha coordinato con Sara Costa la registrazione e l’analisi dell’attività elettrica cerebrale dei partecipanti, di Thomas Quettier che ha costruito l’esperimento e analizzato le risposte dei partecipanti, di Antonio Maffei, che co-dirige il laboratorio, e ha ricostruito il dialogo fra le aree del cervello. Marta Nichele, fisioterapista specializzata nelle paralisi facciali, ha valutato la capacità di movimento del volto delle persone con paralisi “in cieco”.

