Dalla teoria alla pratica, passando per l’esperienza personale e internazionale: è questo il filo conduttore del percorso di Gabriella D’Acunzo, neolaureata in Psicologia: risorse umane, ergonomia e neuroscienze cognitive e con una specializzazione in Neuroscienze. Il suo elaborato di tesi: ‘Intelligenza artificiale IA come supporto alla disabilità cognitiva: tecnologie intelligenti e inclusività nel trattamento delle demenze’, sviluppa un progetto dal nome ‘MemorIA’, richiamando così un doppio livello semantico: da un lato la memoria umana, dall’altro si collega esplicitamente al funzionamento dell’intelligenza artificiale.
“È un gioco di parole”, spiega D’Acunzo, sottolineando come l’idea sia nata dall’esigenza di costruire qualcosa che non fosse solo teorico, ma concretamente utile. Il cuore del progetto è una bozza di applicazione sviluppata sulla piattaforma Genially pensata per simulare funzioni di supporto e accompagnamento nella vita quotidiana delle persone con demenza, con un’attenzione particolare ai caregiver.
Ed è proprio qui che emerge uno degli elementi più interessanti e, al tempo stesso, più critici del lavoro: il tentativo di ribaltare il rapporto tra utente e algoritmo. All’interno dell’applicazione, infatti, il fruitore non subisce passivamente le decisioni dell’intelligenza artificiale, ma è chiamato a stabilire il livello di supporto desiderato. “È l’utente che decide come governare l’algoritmo e non viceversa”, afferma la neolaureata, introducendo un tema centrale nel dibattito contemporaneo sull’AI: quello della controllabilità e della personalizzazione.
Ma l’aspetto forse più innovativo risiede nella trasparenza del sistema. L’applicazione prevede infatti un’area dedicata al caregiver in cui l’intelligenza artificiale esplicita le ragioni delle proprie azioni, rendendo visibile il proprio ‘ragionamento’. Come? “Spiegando il perché di determinate cose, cercando di alleggerire il carico”, spiega D’Acunzo, evidenziando come spesso le persone fatichino a comprendere i comandi automatici. La dashboard dell’applicazione è strutturata in diverse sezioni e consente di osservare in modo chiaro l’andamento delle condizioni dell’utente. Un esempio concreto chiarisce l’approccio: durante la fase sperimentale, l’AI ha rilevato in un utente un elevato stato di agitazione associato a una frequenza cardiaca alta.
Invece di limitarsi a un’azione silente, il sistema ha posticipato un promemoria spiegandone la motivazione nella dashboard, affinché il caregiver sia “più consapevole di quello che potrebbe fare”. Non una semplice azione automatica, dunque, ma una decisione argomentata, comprensibile e verificabile. Alla domanda sui tempi e su come nasce l’idea di realizzazione, D’Acunzo riconosce il supporto indispensabile della prof.ssa Simona Collina, senza negare la genesi autonoma dell’idea, maturata anche grazie all’Erasmus presso l’Universidad de Málaga. “È stata una delle esperienze più belle della mia vita”, racconta, evidenziando come il contesto spagnolo le abbia offerto un orientamento più applicativo e operativo rispetto a quello italiano: “le università italiane non ti danno quella praticità, sono incentrate sulla teoria; ho voluto restituire quello che avevo imparato”, trasformando la tesi in un prototipo funzionale.
Tuttavia, l’autrice riconosce i limiti del lavoro: si tratta di “un primo passo”, una base che auspica possa essere implementata nella realtà. Un’ambizione che si intreccia con una motivazione personale: “l’aver vissuto con persone anziane ha alimentato un interesse autentico per la cura. Vorrei che quest’app entrasse nella vita dei caregiver per dare loro supporto in una fase così delicata”, confessa. È nella riflessione finale che il progetto assume una portata più ampia.
“Le applicazioni nascono in contesti ingegneristici e spesso risultano rigide, frustranti per l’utente, trascurano la dimensione umana della cura”, afferma con decisione. L’elemento differenziante che rivendica è proprio quello di aver introdotto un approccio centrato sulla persona: “ho voluto dare il contributo umano e spero in futuro di collaborare con ingegneri informatici per portare questo aspetto in un contesto rigido che risulta troppo spesso frustrante”.
Il valore del progetto non risiede dunque solo nella tecnologia, ma in una domanda che suona come un monito per il futuro: “Ci interroghiamo sempre su cosa l’AI può fare, ma non ci interroghiamo mai su come può essere progettata per poter aiutare davvero gli altri”.
Lucia Esposito
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Ateneapoli – n.7 – 2026 – Pagina 42


