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Studio della “d’Annunzio” sulla Economia dei territori, perché alcune province crescono e altre restano indietro

Cosa rende un territorio capace di sviluppare produzioni più sofisticate e rafforzare il proprio potenziale di crescita? È il tema dello studio dal titolo“Economic complexity of Italian provinces: the role of cognitive and institutional proximity” (“Complessità economica delle province italiane: il ruolo della prossimità cognitiva e istituzionale”), firmato dai docenti Davide Quaglione e Dario D’Ingiullo dell’Università degli Studi “Gabriele d’Annunzio” di Chieti-Pescara e dalla Professoressa Adriana C. Pinate del Gran Sasso Science Institute, pubblicato sulla rivista internazionale Economics of Innovation and New Technology.

Al centro della ricerca c’è la complessità economica, cioè la capacità di un sistema locale di combinare un paniere di esportazioni diversificato con prodotti che richiedono competenze sofisticate e poco diffuse, difficili da replicare per i concorrenti. Istituzioni efficienti, impegno civico e scambi di conoscenze tra settori affini contribuiscono a rafforzare le capacità produttive dei territori, anche nelle attività tradizionali. Lo studio ha passato in rassegna 103 province italiane nel periodo 2008-2018, calcolando l’indice di Fitness-Complexity sui dati di esportazione manifatturiera ISTAT-Coeweb e mettendolo in relazione con la qualità delle istituzioni locali, la varietà dei settori affini e la struttura delle competenze tecnologiche rilevata attraverso i brevetti.

I risultati delineano i fattori che favoriscono lo sviluppo di sistemi produttivi provinciali più complessi. Un primo risultato riguarda il carattere cumulativo delle capacità produttive. La complessità economica di un territorio dipende anche dalle competenze accumulate nel tempo e dal “saper fare” già radicato nelle comunità locali. Anche la qualità delle istituzioni locali è positivamente associata alla complessità economica provinciale. A contare sono soprattutto l’efficacia dell’azione pubblica, la certezza delle regole e la partecipazione civica. Nei territori provinciali, quest’ultima dimensione riflette anche la vitalità dell’associazionismo, della cooperazione e della cittadinanza attiva.

La partecipazione sociale e il buon funzionamento delle istituzioni creano condizioni favorevoli alla circolazione delle conoscenze e allo sviluppo di produzioni più sofisticate. La ricerca evidenzia inoltre il contributo della “varietà correlata”, cioè della presenza di attività diverse accomunate da competenze complementari. La sua associazione positiva con la complessità economica emerge soprattutto nella manifattura a medio-bassa tecnologia e nei servizi a minore intensità di conoscenza, come trasporti, magazzinaggio e commercio. Il dialogo tra comparti affini facilita lo scambio di conoscenze pratiche e la loro ricombinazione in soluzioni originali.

Questi servizi possono sostenere la distribuzione e l’accesso ai mercati delle produzioni manifatturiere più complesse. Sul piano tecnologico emerge il ruolo dell’ampiezza dei campi nei quali il territorio possiede competenze specializzate, misurata attraverso i brevetti. Questa caratteristica è positivamente associata alla complessità economica nella maggior parte delle specificazioni analizzate. Per il grado di affinità tra le specializzazioni tecnologiche presenti nel territorio, esaminato separatamente, lo studio non rileva un’associazione statisticamente significativa.

“Le politiche di sviluppo locale devono partire dalle competenze e dalle capacità produttive dei territori – spiega il Professor Davide Quaglione, Direttore del Dipartimento di Studi Socio-Economici, Gestionali e Statistici della “d’Annunzio”. – Occorre favorire ponti tra le attività produttive esistenti, in particolare nella manifattura a medio-bassa tecnologia e nei servizi collegati, sostenendo lo scambio di conoscenze e l’ammodernamento dei settori tradizionali. È importante anche ampliare la gamma delle competenze tecnologiche presenti nei territori. Infine, bisogna migliorare l’efficienza e la trasparenza degli uffici pubblici e stimolare la partecipazione civica e il coinvolgimento del terzo settore. Sono punti fermi per una politica industriale territoriale capace di accompagnare l’accumulazione e la diffusione delle conoscenze”.

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