Ventitré milioni di anni fa, le acque che oggi bagnano il Salento erano il fondale di un bacino subtropicale percorso da grandi tartarughe marine. Questa mattina, una di quelle tartarughe è tornata. Al Museo dell’Ambiente del Campus Ecotekne dell’Università del Salento — davanti a un pubblico che non se l’aspettava — è stato infatti svelato il modello a grandezza naturale di Psephophorus polygonus, la tartaruga marina fossile del Miocene, nuovo e spettacolare elemento espositivo del MAUS.
Lo svelamento ha concluso l’inaugurazione della mostra fotografica “Il Mediterraneo che si trasforma. Il cambiamento climatico nei mari del Salento”, ospitata dal MAUS a partire da oggi, 28 maggio. Un’inaugurazione già ricca di contenuto — dedicata alle trasformazioni in atto nei fondali salentini documentate dagli scatti del fotografo naturalista Michele Solca — che si è chiusa con una sorpresa pensata per restare.
Il modello riproduce fedelmente le dimensioni e la morfologia di Psephophorus polygonus, grande tartaruga marina vissuta nel Miocene (tra 23,3 e 5,33 milioni di anni fa), un’epoca in cui il Salento corrispondeva al fondale di un mare subtropicale ricco di vita. L’animale era superficialmente affine all’attuale tartaruga liuto, Dermochelys coriacea: possedeva un carapace composto da centinaia di piccoli ossicoli — placche ossee dermiche — percorso da evidenti creste longitudinali. Come la sua discendente moderna, si nutriva probabilmente di plancton gelatinoso, come le meduse.
L’elemento più originale dell’installazione è la sua materia: nel grande modello sono stati inseriti i conci di pietra leccese che conservano la testimonianza fossile originale, permettendo ai visitatori di osservare direttamente la struttura degli ossicoli del carapace. Un ponte materico tra i milioni di anni del passato e il presente di un museo universitario.
L’analisi di quei frammenti fossili mostra che Psephophorus polygonus non aveva ancora sviluppato pienamente alcune specializzazioni delle tartarughe liuto attuali, capaci di raggiungere dimensioni maggiori e di immergersi oltre i mille metri di profondità. Un dettaglio che parla di evoluzione: la vita marina si adatta, si trasforma e talvolta scompare.
«Questo modello consente ai visitatori di visualizzare in modo immediato e suggestivo l’aspetto di un affascinante abitante del mare miocenico salentino. Ma ci offre anche uno sguardo diverso sul presente: il Mediterraneo ha già attraversato trasformazioni profonde. Quello che stiamo vivendo oggi, con il riscaldamento delle acque e l’arrivo di specie non indigene, è un altro capitolo di quella stessa storia. Conoscerla ci aiuta a leggerla» ha detto il professor Piero Lionello, direttore del MAUS.
La mostra inaugurata stamattina affronta uno dei temi più urgenti dell’agenda scientifica e ambientale. Dalla fine degli anni Ottanta, la superficie del Mediterraneo si è scaldata a una velocità circa doppia rispetto alla media globale: nel 2024, le temperature superficiali hanno registrato un’anomalia record di circa +1,7°C rispetto alla media del XX secolo. Ogni anno si stabiliscono nel bacino tra le 20 e le 30 nuove specie non indigene, più tolleranti ai cambiamenti termici, a scapito della biodiversità nativa.
Il racconto visivo di Michele Solca si articola attorno a quattro temi: l’aumento delle temperature marine, i nuovi equilibri tra specie native e alloctone, il ruolo del traffico marittimo come vettore di migrazioni biologiche, e le possibili strategie di adattamento — dalla ricerca scientifica alla gestione sostenibile della pesca, fino alla responsabilità individuale.
Dopo la tappa al MAUS (esposizione visitabile dalle 8:30 alle 18), la mostra si sposterà il 3 luglio al Museo di Biologia Marina “Pietro Parenzan” di Porto Cesareo (visitabile tutti i giorni dalle 18 alle 22), per tornare infine a settembre al Campus Ecotekne: un percorso itinerante attraverso il territorio salentino, pensato per portare la scienza fuori dalle aule e più vicino alla comunità.

