‘Il Regno Unito e l’integrazione europea: convergenze, separazioni e prospettive’: un momento di confronto interdisciplinare che ha riunito giuristi e linguisti per analizzare una delle relazioni più complesse e affascinanti della storia europea contemporanea. Un’aula piena di studenti ha accolto numerosi relatori il 13 aprile presso l’Aula Guarino di Giurisprudenza.
Ad aprire i lavori è stato il prof. Amedeo Arena, docente di Diritto dell’Unione Europea, in qualità di moderatore, che ha subito evidenziato come il rapporto tra Regno Unito e Unione Europea sia sempre stato caratterizzato da una profonda ambivalenza: “non si tratta soltanto di un intreccio politico e giuridico, ma anche linguistico e culturale in cui convergenze e resistenze si sono alternate nel tempo dando vita ad un percorso tutt’altro che lineare”.
Il console onorario del Regno Unito a Napoli Pier Francesco Valentini ha poi offerto una riflessione di taglio istituzionale, sottolineando come la storia tra Regno Unito e Unione Europea sia “costellata di collaborazioni, scelte strategiche e scambi reciproci”. Inoltre, ha ribadito come “occasioni come questa sono fondamentali per interpretare la complessità delle dinamiche europee, perché questo convegno non si limita ad un’analisi accademica ma è spazio di dialogo e comprensione”.
I contributi dei relatori sono stati tutti interessanti, a testimoniarlo è stata l’attenzione da parte degli studenti. Nel dettaglio, la relazione del ricercatore Giulio Abbate, ricercatore federiciano di Storia del Diritto medievale e moderno, si è concentrata sul confronto tra i sistemi di Common Law e Civil Law, mettendo in luce le profonde differenze storiche e culturali che hanno segnato il rapporto tra Regno Unito e continente europeo.
La sua analisi ha evidenziato come tali divergenze abbiano contribuito, nel lungo periodo, al processo culminato nella Brexit. Successivamente, la prof.ssa Fulvia Abbondante, docente di Diritto costituzionale e pubblico, ha approfondito il carattere ambivalente di questa relazione, sottolineando come le tensioni fossero presenti fin dalle origini: “Il Regno Unito, inizialmente restio ad aderire al progetto europeo per ragioni culturali e costituzionali, tra cui il principio cardine britannico della sovranità parlamentare, giunse solo in un secondo momento a riconoscere i vantaggi dell’integrazione. Tuttavia, anche dopo l’ingresso, Londra mantenne una posizione peculiare, restando fuori da snodi fondamentali come l’adozione dell’euro e alcune politiche sociali”.
L’adesione stessa alla UE “è stata considerata un constitutional moment, sancito da un referendum popolare, a differenza della strategia seguita poi per la Brexit”. Abbondante ha inoltre evidenziato il contributo culturale del Regno Unito alla UE, in particolare nella diffusione della lingua inglese e nei processi di liberalizzazione dei servizi, così come l’impatto della UE nel favorire un’apertura del Regno Unito oltre il suo tradizionale “narcisismo isolano”, così definito dalla docente.
Ecco dunque la dimensione linguistica che prende posto nell’incontro con i professori Lucia Abbamonte e Gabriele Basile, docenti di Lingua, Traduzione e Linguistica inglese all’Università Parthenope. Abbamonte ha analizzato il ruolo dell’inglese prima e dopo la Brexit, spiegando come esso sia diventato la principale lingua di lavoro della UE grazie alla sua semplicità morfologica e alla sua diffusione globale, e ha definito questa lingua di successo perché “è la lingua più facile da parlare male”.
Lingua di successo perché nonostante l’uscita del Regno Unito, l’inglese continua a occupare una posizione dominante. Inoltre, “proprio perché non più legata a uno Stato membro predominante, l’inglese viene percepita come una lingua neutrale, quasi un nuovo latino, esterna ma funzionale”, ha sottolineato. In questo contesto si inserisce anche il fenomeno dell’Euro-English, una variante adattata alle esigenze comunicative delle istituzioni europee, di cui la prof.ssa Abbamonte ha fornito esempi. Basile poi ha ulteriormente sviluppato questo tema, sottolineando come l’inglese, a differenza del francese (lingua delle élite) si sia affermata come vera lingua franca perché accessibile a tutti.
Infine, Stefan Van Der Jeught, docente di EU Constitutional Law alla Vrije Universiteit Brussel, ha proposto una riflessione sull’evoluzione linguistica dell’Unione Europea, descrivendola come un processo quasi darwiniano di competizione tra lingue. In questo scenario emerge un apparente paradosso: “meno Regno Unito ma più inglese”. L’inglese, infatti, continua a rafforzarsi come lingua dominante, a discapito di altre come il francese e il tedesco, consolidando la propria autonomia.
Il convegno, dunque, ha offerto una lettura articolata, multidimensionale e multidisciplinare del rapporto tra Regno Unito e Unione Europea, mettendo in luce come le dinamiche giuridiche, politiche e linguistiche siano profondamente intrecciate. L’incontro si è configurato come un’occasione di riflessione critica sulle prospettive future dell’integrazione europea, in cui il lascito britannico continua, in forme diverse, a esercitare la propria influenza.
Annamaria Biancardi
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Ateneapoli – n.7 – 2026 – Pagina 20


