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Materiali sostenibili e restauro, ricerche Ateneo Udine su post sisma ’76

A 50 anni dal terremoto del Friuli l’Università di Udine si confronta la Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per il Friuli Venezia Giulia e mette in campo ricerche nel settore dei materiali, del restauro e della dimensione urbana. Le progettualità sono nate nell’ambito del Laboratorio di Architettura, restauro, costruzione sostenibile (Arcos) del Dipartimento Politecnico di ingegneria e architettura. Sono state presentate oggi all’ateneo friulano nel corso del convegno “Tra memoria e ricerca, il terremoto del 1976. Università e Soprintendenza si incontrano”. A illustrarle sono stati i componenti del Laboratorio, Alessandra Biasi, docente di Restauro dell’architettura, e Giuliana Somma, docente di Tecnica delle costruzioni, e Luca Zecchin, docente di Composizione architettonica e urbana, ed Edoardo Runcio.

Materiali da costruzione sostenibili

Le emissioni di anidride carbonica prodotte dal settore delle costruzioni rappresentano circa il 39% di quelle rilasciate a livello globale, rendendolo quello che maggiormente impatta sull’ambiente. L’ateneo ha condotto diverse campagne sperimentali per individuare delle soluzioni che si possano attuare nel breve termine e con materiali disponibili localmente. Tre, in particolare, le soluzioni individuate, coordinate scientificamente da Giuliana Somma, che trovano applicazione sia per la costruzione di qualsiasi nuovo edificio tramite l’impiego di calcestruzzo, sia per il ripristino di strutture esistenti.

Una prima proposta è rappresentata dallo sfruttamento degli scarti ottenuti dalla lavorazione della Pietra Piasentina per la produzione di cemento. Dagli studi condotti risulta infatti possibile sostituire parzialmente il clinker con polvere di pietra, riducendo notevolmente le emissioni di anidride carbonica. «Il calcestruzzo che si ottiene con questo cemento “green” – spiega Giuliana Somma – garantisce sia in termini di resistenza che di durabilità le stesse prestazioni di uno tradizionale.

Una seconda strategia è, invece, rappresentata dalla riduzione nell’uso del cemento per la produzione del calcestruzzo sostituendolo con cenere di lolla di riso. La lolla non è altro che la buccia del riso, che, se portata a combustione produce una cenere (RHA) in grado di aumentare di più del 20% la resistenza e la durabilità del calcestruzzo.

Infine, gli studiosi dell’ateneo friulano hanno studiato la possibilità di produrre calcestruzzi con inerti riciclati ottenuti dalla demolizione di edifici. In questo modo sarebbe possibile risparmiare ogni anno, solo in Italia, l’uso di circa 100 000 tonnellate di aggregato naturale. È stato dimostrato, infatti, che l’impiego di questi materiali in sostituzione dell’inerte naturale fino al 40% non comporta riduzioni di resistenza o di durabilità tali da comprometterne l’impiego a uso strutturale. Si tratta di materiali che potrebbero essere impiegati anche nell’ambito del restauro dei calcestruzzi, altro ambito di ricerca di cui si occupa Arcos.

Il restauro del restauro

Alessandra Biasi, nell’ambito delle ricerche Arcos ha studiato il patrimonio architettonico e paesaggistico così come ci è stato restituito dopo gli interventi post terremoto. In particolare, si concentra su un tema poco indagato e che riemerge in tutta la sua complessità nel caso di nuovi interventi su opere antisismiche realizzate durante il terremoto. Stante l’irreversibilità di molti interventi, congiunta alla deperibilità dei materiali, si pone oggi la questione della loro durabilità e conservazione.

«Fermo restando il vaglio degli attuali interventi di miglioramento sismico – afferma Biasi –, ciò riconduce al tema del restauro dei materiali del “Moderno”, in particolare il calcestruzzo armato che interfaccia la ricerca di nuovi materiali e tecnologie».

Due i temi cruciali che emergono, quindi. La durabilità e la conservazione, secondo gli studiosi dell’Ateneo friulano, consigliano come necessaria un’azione di monitoraggio e restauro (restauro del restauro), in vista di una manutenzione predittiva.

Tecniche e materiali utilizzati durante la ricostruzione sono, infatti, in buona parte oggi ancora in opera. Si tratta di un patrimonio, caratterizzato, in origine, da tecniche tradizionali, al cui interno si innescano, in funzione antisismica, interventi che ricorrono a tecniche “moderne”, quali, fra gli altri, i calcestruzzi armati e iniezioni con malte cementizie.

«Questi interventi, tecnologicamente superati, ma a tutt’oggi in opera – evidenzia Alessandra Biasi –, sono pressoché irreversibili, conservano, a date condizioni, efficacia sismica, anche se non adeguata ai parametri normativi attuali, sono soggetti nel tempo al degrado proprio dei materiali “moderni”».

Distruzione e trasformazione della dimensione urbana

L’esperienza friulana del 1976 costituisce un caso emblematico di innovazione urbana e architettonica. Il modello Friuli inverte la sequenza tradizionale della pianificazione: il piano particolareggiato diviene strumento operativo della ricostruzione, attraverso una progettazione operativa e condivisa. Tracciati storici, cortine edilizie e figure dello spazio pubblico guidano la ricomposizione dei centri, coniugando permanenza delle forme e innovazione costruttiva.

«Ricostruire, tuttavia, non significa riprodurre – sottolinea Luca Zecchin –. Dietro l’immagine storica si insedia una nuova realtà materiale; tra conservazione e progetto si ridefinisce il rapporto tra antico e nuovo, tra archetipo e figura generatrice. Alla ricomposizione dei centri storici si affiancano le trasformazioni della città diffusa nel paesaggio rurale, rivelando i limiti di una ricostruzione non estesa organicamente all’intero ambiente costruito e lasciando emergere, ai margini, spazi residuali e tracce obliterate».

A cinquant’anni dal sisma, il laboratorio Arcos ha assunto questa eredità come campo di ricerca sul progetto architettonico e urbano, sulle forme insediative e sui paesaggi della trasformazione.

«Un progetto della realtà e per la realtà, fisica e percepita, fatta di corpi, relazioni e forme dell’abitare, che il terremoto rivela nella sua consistenza materiale e correlata. La ricerca che muove dalla memoria della ricostruzione friulana pone una questione ancora attuale: come trasformare senza cancellare, innovare custodendo la memoria, scomporre e ricomporre la forma “larga” dei luoghi».

L’incontro è stato introdotto dal direttore del dipartimento, Alessandro Gasparetto, dal coordinatore della Sezione ingegneria civile e architettura, Marco Petti, e dalla soprintendente, Paola Ventura. Sono quindi intervenuti i presidenti dei corsi di studio in architettura, Christina Conti, e in ingegneria civile, Domenico Visentini. Per la Soprintendenza hanno parlato: Marina Sussa su “Uno sguardo sul terremoto dagli archivi fotografici della Soprintendenza”, e Roberta Cuttini su “La conservazione del patrimonio architettonico tra emergenza e prevenzione”.

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