HomeAtenei NordUniv. di PadovaTumore al seno triplo negativo - La rete internazionale GAMBIT ha individuato...

Tumore al seno triplo negativo – La rete internazionale GAMBIT ha individuato una nuova classe a rischio di recidiva

Il carcinoma mammario triplo negativo rappresenta il 10-15% circa dei tumori della mammella. Studiare i sottogruppi più rari di pazienti richiede volumi di dati che una singola struttura ospedaliera non è in grado di garantire. GAMBIT è una rete internazionale di ricerca sul carcinoma mammario triplo negativo, promossa e coordinata dal Dipartimento di Scienze Chirurgiche, Oncologiche e Gastroenterologiche dell’Università di Padova, sotto la guida della professoressa Maria Vittoria Dieci, nell’ambito delle attività di ricerca del gruppo di Oncologia diretto dalla professoressa Valentina Guarneri. La ricerca, sostenuta da Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro per quanto riguarda gli studi della professoressa Dieci, è nata proprio per superare questo limite e creare le basi per nuovi progetti di ricerca. A GAMBIT collaborano 42 istituzioni in Italia, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Svezia, Polonia, Austria, e Giappone e raccoglie dati relativi ad oltre 3.000 pazienti, mettendo in comune evidenze della pratica clinica e competenze multidisciplinari.

La ricerca

Sulla rivista Nature Communications è stato pubblicato il primo articolo del network, con come primo autore il dottor Davide Massa del gruppo di ricerca dell’Università di Padova. Nello studio, i ricercatori hanno analizzato retrospettivamente i casi di 2.457 pazienti trattate in 18 centri europei appartenenti alla rete GAMBIT, identificando un sottogruppo di pazienti finora ritenuto guarito, ma che ha dimostrato invece di avere un rischio residuo di recidiva clinicamente rilevante.

Nel carcinoma mammario triplo negativo in stadio precoce, la terapia viene generalmente iniziata prima dell’intervento chirurgico. Quando al momento dell’operazione non si trova più malattia invasiva residua né nella mammella né nei linfonodi, si parla di risposta patologica completa. Le pazienti che la ottengono hanno tassi di recidiva molto bassi, il che significa che, con ottima probabilità, il tumore non si ripresenterà più. Per questa ragione l’ottenimento di una risposta patologica completa è a oggi uno dei principali criteri utilizzati nella progettazione di sperimentazioni cliniche in cui si valutano nuove strategie terapeutiche e di monitoraggio.

Tuttavia, una quota minoritaria di queste pazienti può sviluppare una recidiva anche dopo una risposta completa. Nello studio svolto dal gruppo si è dunque cercato di capire se, in questa casistica, fosse possibile riconoscere le pazienti a maggiore rischio di recidiva studiando due marcatori: il coinvolgimento dei linfonodi ascellari e la quantità di linfociti infiltranti il tumore.

Combinando queste due informazioni disponibili alla diagnosi, i ricercatori, guidati dalla professoressa Maria Vittoria Dieci, hanno identificato differenze di rischio finora non descritte all’interno del gruppo di pazienti con risposta patologica completa. In particolare, le pazienti con linfonodi ascellari coinvolti dal tumore e una bassa quantità di linfociti infiltranti presentavano un rischio di recidiva più alto delle altre pazienti con caratteristiche diverse. In questo sottogruppo, la sopravvivenza libera da recidiva a distanza a cinque anni è infatti risultata pari all’83,4%, mentre negli altri superava il 95%. Quando questa recidiva si manifestava, poi, la sede preferenziale era una: il sistema nervoso centrale.

«La forza di GAMBIT non sta soltanto nei numeri – dice la professoressa Maria Vittoria Dieci dell’Università di Padova e Principal Investigator di GAMBIT – ma nella capacità di far lavorare insieme centri e competenze diverse intorno a domande cliniche concrete. In questo studio abbiamo osservato che la risposta patologica completa, pur rimanendo un risultato fortemente favorevole, non è sufficiente a identificare una popolazione completamente uniforme e prognosi favorevole».

Importanza dello studio

I risultati dello studio hanno permesso di identificare una popolazione di pazienti nella quale potrebbero essere valutate prospetticamente strategie terapeutiche o di sorveglianza adattate al rischio di recidiva, aprendo strade per ricerche future. i dati raccolti hanno inoltre mostrato il valore della rete GAMBIT nel generare, attraverso la collaborazione tra molti centri, dati sufficientemente solidi per studiare sottogruppi di pazienti altrimenti difficili da analizzare per la scarsa numerosità.

Sul piano pratico, i due parametri utilizzati – lo stato dei linfonodi e la quantità di linfociti che infiltrano il tumore – non richiedono tecnologie avanzate o costose. Il coinvolgimento linfonodale viene infatti definito durante il normale percorso diagnostico, dopo la biopsia e l’intervento chirurgico, mentre la quantità di linfociti infiltranti può essere valutata sui vetrini istologici della biopsia stessa, senza costi aggiuntivi.

«Questo studio dimostra che la ricerca clinica nata dalla collaborazione tra centri può tradursi in strumenti concreti e già disponibili nella pratica clinica quotidiana – sottolinea la professoressa Valentina Guarneri, Ordinario di Oncologia Medica dell’Università di Padova e Direttrice del Dipartimento di Oncologia dell’Istituto Oncologico Veneto –. Questo risultato non cambia oggi la cura delle pazienti, ma ci indica con maggiore precisione dove concentrare le ricerche future, lavorando affinché resti sempre al servizio dei pazienti».

Che cosa “non” dice lo studio

Lo studio è retrospettivo e osservazionale: sono infatti stati analizzati dati clinici già esistenti – raccolti in passato – senza intervenire sul trattamento delle pazienti. I risultati a oggi non dimostrano che un trattamento aggiuntivo, esami più frequenti o una diversa strategia di sorveglianza possa migliorare gli esiti del gruppo identificato a rischio di recidiva. Non comportano quindi, al momento, cambiamenti nella gestione clinica, né la necessità di esami aggiuntivi per le pazienti già trattate.

Sviluppi futuri

Il passo successivo sarà confermare con studi prospettici i dati ottenuti, soprattutto nelle popolazioni trattate con i più recenti regimi comprendenti l’immunoterapia, e quindi utilizzarli per progettare studi clinici più precisi e mirati, con cui valutare strategie realmente proporzionate al rischio di recidiva, così da somministrare i trattamenti giusti, alle giuste pazienti, nel momento giusto.

ARTICOLI CORRELATI

Ultime uscite