Avete presente quella sensazione improvvisa di cuore in gola, il respiro che si fa corto o i “crampi” allo stomaco prima di un colloquio importante? Oppure il cuore che accelera per l’emozione durante un matrimonio o prima di una gara? Sono segnali corporei reali, ma il loro significato non è scritto nel segnale stesso. La stessa accelerazione del battito può essere vissuta come energia e preparazione all’azione oppure come un segnale di pericolo. È proprio su questa intuizione che si basa il contributo teorico pubblicato su «Trends in Cognitive Sciences» con il titolo “Beyond accuracy: interoceptive self-appraisal and the meaning of bodily signals”, che vede tra gli autori Fiorella Del Popolo Cristaldi e Gioia Bottesi del dipartimento di Psicologia Generale dell’Università di Padova unitamente ai ricercatori dell’ateneo danese Aarhus.
Negli ultimi decenni, una parte importante della ricerca sull’enterocezione, ossia la capacità con cui il cervello percepisce e interpreta i segnali provenienti dall’interno del nostro corpo, si è concentrata sull’accuratezza con cui le persone rilevano i segnali provenienti dall’interno del corpo, spesso studiando un singolo segnale, come il battito cardiaco, in condizioni di riposo. Questa capacità è certamente rilevante, ma non dice da sola come una persona vivrà o interpreterà ciò che sente. Essere più o meno accurati nel percepire il proprio battito, infatti, non equivale automaticamente a essere più o meno capaci di gestire le proprie emozioni.
Per chiarire questo punto, si può pensare all’accuratezza enterocettiva come all’acuità visiva: vedere con chiarezza i contorni di una sagoma non ci dice se stiamo guardando un orso o un animale innocuo, né quindi come reagiremo. Allo stesso modo, percepire con accuratezza un segnale corporeo non stabilisce se quel segnale verrà vissuto come rassicurante, eccitante o minaccioso.
Il limite di studiare il corpo a riposo
La ricerca enterocettiva, osservano le autrici, rischia di concentrarsi troppo su ciò che è facile misurare in laboratorio: persone sedute e a riposo, spesso impegnate a rilevare un singolo segnale corporeo, il cuore. Ma i segnali corporei acquistano significato nei contesti in cui viviamo: durante uno sforzo, sotto stress, davanti a una situazione nuova o impegnativa, ma anche in momenti positivi di forte coinvolgimento emotivo. Inoltre, il corpo non parla soltanto attraverso il cuore: anche il respiro, lo stomaco e altri segnali interni contribuiscono all’esperienza corporea.
Una possibile via d’uscita: dare significato ai segnali del corpo
Per superare questo limite, le autrici propongono di affiancare alla domanda “Quanto bene percepiamo un segnale corporeo?” una domanda diversa: “Che cosa significa per me quel segnale?”. È da questa prospettiva che nasce ciò che definiscono Interoceptive Self-Appraisal (ISA), ovvero il processo con cui attribuiamo un significato ai segnali provenienti dal nostro corpo e li valutiamo, anche implicitamente, in relazione alla minacciosità della situazione e alla nostra capacità di affrontarla.
Un aumento della frequenza cardiaca, per esempio, può essere percepito con la stessa accuratezza da un atleta prima di una gara e da una persona che sta vivendo un attacco di panico. Ma il segnale può assumere significati molto diversi: nel primo caso può essere letto come una normale risposta del corpo allo sforzo imminente, nel secondo come un segnale di pericolo o di perdita di controllo.
«Il punto non è quindi – spiega Fiorella Del Popolo Cristaldi del dipartimento di Psicologia Generale dell’Università di Padova – soltanto quanto accuratamente rileviamo ciò che accade nel nostro corpo, ma che cosa pensiamo che quel segnale significhi per noi»
Adolescenza e vulnerabilità psicologica
Questa capacità di attribuire significato ai segnali corporei si sviluppa nel tempo e l’adolescenza può rappresentare una fase particolarmente importante. I cambiamenti corporei legati alla pubertà si intrecciano con nuove richieste sociali e con esperienze emotive spesso intense. Imparare a leggere i segnali del corpo in modo flessibile può contribuire a gestire meglio l’incertezza e le variazioni dello stato emotivo; al contrario, interpretare sensazioni corporee ambigue come segnali di minaccia può favorire modalità di risposta più rigide e associate a maggiore sofferenza psicologica.
«L’adolescenza è una fase in cui il corpo cambia rapidamente e, allo stesso tempo, aumentano le richieste sociali ed emotive – osserva Gioia Bottesi del dipartimento di Psicologia Generale dell’Università di Padova –. Questo rende particolarmente importante il modo in cui le persone imparano a dare significato a ciò che sentono nel proprio corpo».
Dalla ricerca alla prevenzione
Questa prospettiva apre nuove possibilità per la ricerca e la prevenzione. Sensori indossabili potrebbero essere utilizzati per rilevare nella vita quotidiana i momenti in cui il corpo entra in uno stato di maggiore attivazione, per esempio durante una situazione stressante. Brevi domande poste nello stesso momento attraverso app per smartphone potrebbero aiutare a capire come la persona interpreta quella sensazione: come una normale risposta a ciò che sta accadendo, oppure come un segnale di pericolo o di perdita di controllo.
Nel tempo, osservare insieme ciò che accade nel corpo e il significato che la persona gli attribuisce potrebbe aiutare a riconoscere precocemente interpretazioni rigide (per es. “Mi batte forte il cuore, quindi sono in pericolo”). Questo potrebbe aprire la strada a interventi preventivi mirati, volti ad aiutare la persona a sviluppare interpretazioni più flessibili dei propri segnali corporei (per es. “Mi batte forte il cuore: potrebbe essere perché sono in ansia, perché ho fatto uno sforzo, o perché sto vivendo qualcosa di emozionante”), prima che queste modalità si consolidino e contribuiscano a generare disagio o sofferenza.

