Sentirsi trattati equamente dagli insegnanti è associato a un maggiore senso di appartenenza alla scuola e, attraverso questo, a un maggiore benessere sociale, soprattutto fra gli studenti con background migratorio, oltre che a risultati migliori. Lo rivela uno studio dell’Università di Bologna su 1.156 adolescenti
Come favorire l’inclusione a scuola? La presenza di studentesse e studenti con background diversi nella stessa classe è importante, ma un ruolo chiave lo svolgono anche le relazioni che si costruiscono al suo interno: il modo in cui ragazze e ragazzi vengono trattati, vivono i rapporti con insegnanti e coetanei e costruiscono il proprio senso di appartenenza alla comunità scolastica.
È quanto emerge dallo studio longitudinale dell’Università di Bologna From inclusive schools to inclusive societies: School diversity climate and adolescents’ academic achievement and social well-being, pubblicato su International Journal of Intercultural Relations, che ha seguito 1.156 adolescenti con un’età media di 15,7 anni,residenti inEmilia-Romagna, attraverso quattro rilevazioni nell’arco di un anno.Circa uno studente su cinque aveva un background migratorio.
La ricerca – che vede come primo autore Fabio Maratia, ricercatore al Dipartimento di Psicologia “Renzo Canestrari” – ha analizzato il cosiddetto school diversity climate: il modo in cui ragazze e ragazzi percepiscono la gestione della diversità culturale nella propria scuola. Sono state esaminate, in particolare, tre dimensioni:l’equità del trattamento ricevuto dagli studenti da parte degli insegnanti; il sostegno di questi ultimi al contatto e alla cooperazione tra studenti di origini diverse; l’interesse da loro manifestato verso il background culturale degli studenti.
Le analisi mostrano che la percezione di un trattamento equo da parte degli insegnanti è associata a un maggiore senso di appartenenza degli studenti alla scuola, che a sua volta contribuisce al loro benessere sociale. Questo percorso risulta particolarmente rilevante tra chi ha un background migratorio.
“La scuola è uno dei primi luoghi in cui gli adolescenti incontrano la diversità e sperimentano cosa significa far parte di una comunità. È anche attraverso queste esperienze quotidiane che costruiscono il proprio modo di stare nella società e di entrare in relazione con gli altri – sottolinea Fabio Maratia – Promuovere una scuola inclusiva significa quindi porre le basi per una società in cui persone con storie e origini diverse possano sentirsi parte di un ‘noi’ condiviso”.
Il clima di diversità della scuola è associato anche al rendimento scolastico: un trattamento equoda parte degli insegnanti e il sostegno alle occasioni di contatto e cooperazione tra studentesse e studenti con origini diverse risultano associati a risultati migliori.
La ricerca restituisce inoltre un risultato meno intuitivo: tra studentesse e studenti con background migratorio, avvertire un interesse degli insegnanti per la propriacultura e le proprie origini è risultato associato a un minore senso di appartenenza alla scuola e, attraverso questo, a un minore benessere sociale. Una possibile spiegazione è che, in alcuni casi, questo interesse possa essere vissuto come superficiale o stereotipato, oppure come un modo di definire ragazze e ragazzi principalmente attraverso la loro origine. Il dato mette in evidenza la complessità delle pratiche inclusive: riconoscere la diversità non significa necessariamente far sentire una persona inclusa; anche il modo in cui le pratiche inclusive vengono percepite da ragazze e ragazzi può essere rilevante.
Lo studio offre un nuovo spunto di riflessione sul tema della composizione delle classi e sulle condizioni che possono favorire una scuola più inclusiva. La presenza di studentesse e studenti con background differenti è una dimensione del contesto scolastico, ma la ricerca mostra l’importanza di guardare anche a ciò che accade all’interno della classe: alla qualità delle relazioni, alle opportunità di cooperazione e al modo in cui ragazze e ragazzi vivono il trattamento ricevuto.
La ricerca è stata condotta nell’ambito ambito del progetto IDENTITIES, finanziato dall’European Research Council (ERC), con un finanziamento aggiuntivo da parte del MUR (Ministero dell’Università e della Ricerca), coordinato dalla professoressa Elisabetta Crocetti. Hanno collaborato, assieme al dott. Maratia e alla prof.ssa Crocetti, Beatrice Bobba, Abigail Cohen, Babalwa Kwanele, Aaminah Norris, José R. Lizárraga e Maha Elsinbawi.

