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Spazio, come si riproducono i raggi gamma in un quasar lontano: nuovi risultati da uno studio guidato dall’Italia

Lo studio, a cui partecipano Dipartimento Interuniversitario di Fisica dell’Università e del Politecnico di Bari e INFN è stato pubblicato sulla rivista Astronomy and Astrophysics

Un team internazionale di astrofisici, con un ruolo centrale del Dipartimento Interuniversitario di Fisica dell’Università e del Politecnico di Bari e dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) di Bari, ha identificato il meccanismo fisico che scatena le violente esplosioni di raggi gamma provenienti dal quasar OP 313, un oggetto cosmico situato a quasi 8 miliardi di anni-luce dalla Terra. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Astronomy and Astrophysics (https://www.aanda.org/articles/aa/full_html/2026/03/aa56612-25/aa56612-25.html>) e riguardano una fase di attività eccezionale osservata tra il 2023 e il 2024.

I ricercatori hanno scoperto che queste enormi “fiammate” di energia nascono quando nuove porzioni di materia vengono lanciate da una regione attorno al buco nero centrale della galassia. Tali porzioni di materia, collimate in un getto che parte dal nucleo centrale della galassia, si scontrano. L’urto accelera violentemente le particelle e trasforma luce in raggi gamma, la forma più energetica di radiazione esistente. È la prima volta che questo processo viene ricostruito con chiarezza per OP 313 grazie a osservazioni eseguite con molteplici telescopi.

OP 313 appartiene alla classe dei cosiddetti blazar, galassie che ospitano al centro un buco nero supermassiccio in cui la galassia è in grado di lanciare due getti di particelle quasi alla velocità della luce. Quando uno di questi getti è orientato verso la Terra, come in questo caso, la galassia appare straordinariamente luminosa e variabile, diventando un laboratorio naturale per studiare fenomeni fisici impossibili da riprodurre sulla Terra.

Per arrivare al risultato, il gruppo ha analizzato 15 anni di dati raccolti da radiotelescopi terrestri e dai telescopi NASA Fermi e Swift, confrontando l’evoluzione del getto osservato in onde radio con i picchi di emissione nei raggi gamma. In uno dei casi più intensi, i ricercatori hanno osservato comparire una nuova “struttura” nel getto poco prima dell’esplosione gamma, fornendo una prova diretta del legame tra l’espulsione di materia e la produzione dell’energia estrema osservata.

Prima firmataria dello studio è Chiara Bartolini, giovane dottoranda del Dottorato Nazionale in Scienze e Tecnologie Spaziali, studentessa dell’Università di Trento e associata alla sezione INFN di Bari: «Siamo riusciti – spiega – a seguire quasi passo per passo ciò che accade vicino a un buco nero supermassiccio quando nasce un’esplosione di raggi gamma. Vedere comparire una nuova parte del getto e, subito dopo, il picco di emissione ci ha permesso di collegare direttamente causa ed effetto. È un risultato importante per capire come funzionano alcuni degli oggetti più estremi dell’universo e quale ruolo abbiano nell’evoluzione delle galassie».

A sottolineare il valore del lavoro è anche la professoressa Elisabetta Bissaldi, docente del Dipartimento Interuniversitario di Fisica dell’Università e del Politecnico di Bari e ricercatrice INFN: «Questo studio dimostra quanto sia fondamentale combinare osservazioni diverse, dalle onde radio ai raggi gamma, per ricostruire processi che avvengono a miliardi di anni luce da noi – sottolinea – È anche un esempio concreto di come la collaborazione tra università e INFN permetta a giovani ricercatrici e ricercatori di contribuire in modo significativo a scoperte di frontiera».

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