Grazie al sequenziamento direttamente sul campo il docente del dipartimento di Biotecnologie ha potuto misurare in tempo reale il ritorno della biodiversità
Portare il laboratorio nel cuore della foresta, sequenziare il Dna direttamente sul posto e ottenere in tempo reale una fotografia dettagliata della biodiversità: non è più uno scenario futuristico, ma una realtà concreta. A dimostrarlo è la missione in Tanzania di Massimo Delledonne, docente di Genetica al dipartimento di Biotecnologie dell’Università di Verona e tra i massimi esperti mondiali di sequenziamento del Dna on site.
L’intervento si è svolto nell’ambito del Nguru landscape forest project, uno dei più importanti programmi di riforestazione e conservazione comunitaria dell’Africa orientale. Il progetto, guidato dalla fondazione Protected Areas Management Solutions (Pams) in collaborazione con Trees for All e con il supporto della Hempel Foundation, punta al ripristino di 6.200 ettari di foreste autoctone nelle montagne Nguru, parte dell’hotspot di biodiversità delle Eastern Arc Mountains.
L’iniziativa combina la piantumazione di 120 specie native con la rigenerazione naturale assistita e con pratiche di agroforestazione che migliorano la sicurezza alimentare e il reddito delle comunità locali. L’obiettivo è riconnettere foreste frammentate, favorire il ritorno della biodiversità e sequestrare circa 2,4 milioni di tonnellate di CO₂, garantendo benefici concreti a oltre 3.000 famiglie e sostenibilità economica attraverso crediti di carbonio.
Durante la missione, Delledonne ha sequenziato campioni di Dna ambientale, noto come eDna, estratto da acqua, suolo e aria. Questa tecnologia consente di rilevare le tracce genetiche lasciate dagli organismi nell’ambiente, anche quando non sono direttamente osservabili. “L’analisi dell’eDna permette una mappatura estremamente dettagliata della biodiversità, superando i limiti dei metodi tradizionali – spiega Delledonne. “Possiamo individuare contemporaneamente un numero elevato di specie rare, elusive, criptiche o notturne, difficilmente intercettabili con l’osservazione diretta”.
Il metodo è non invasivo e consente di monitorare la fauna senza disturbare gli organismi né alterare gli ecosistemi, un aspetto cruciale in aree ad alta priorità di conservazione come le montagne Nguru, dove deforestazione e bracconaggio hanno ridotto o fatto scomparire molte specie. In questo contesto, l’eDna diventa uno strumento decisivo per documentare il ritorno della fauna, misurare il recupero ecologico e fornire basi scientifiche solide sia per la gestione forestale sia per la futura generazione di crediti di biodiversità.
La vera svolta è stata la possibilità di analizzare e sequenziare il Dna direttamente in Tanzania. “Invece di portare i campioni in laboratorio, portiamo il laboratorio sul campo”, sottolinea Delledonne. “Questo approccio accelera la ricerca, riduce i costi e restituisce valore scientifico immediato ai territori in cui i campioni vengono raccolti». Fino a oggi, molti campioni provenienti dall’Africa orientale dovevano essere esportati verso laboratori europei o nordamericani, con lunghe procedure autorizzative e costi elevati. Il sequenziamento on site cambia radicalmente questo paradigma, rendendo la ricerca più rapida, più equa e più strettamente legata ai territori.
I dati raccolti contribuiranno alla valutazione di base della biodiversità del Nguru landscape forest project, attualmente in fase di certificazione secondo lo standard Plan Vivo per la generazione di crediti di carbonio. Nel medio periodo, costituiranno anche la base scientifica per lo sviluppo di crediti di biodiversità, un nuovo strumento di finanza sostenibile che affianca ai benefici climatici quelli ecologici.
Il successo della missione conferma come l’integrazione tra ricerca scientifica di frontiera, conservazione ambientale e cooperazione internazionale possa trasformare progetti locali in modelli replicabili su scala globale. La collaborazione tra il dipartimento di Biotecnologie dell’Università di Verona e Pams, attiva da diversi anni, è stata recentemente rafforzata dalla firma di un Memorandum of Understanding che formalizza una cooperazione scientifica di lungo periodo e consolida l’integrazione tra ricerca, conservazione e formazione locale.


