Il Gruppo di lavoro glaciologico-geofisico per lo studio della Marmolada — che comprende dell’Università di Parma e l’Università di Padova, con ricercatori dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS) — ha avviato una campagna di indagini geofisiche sul ghiacciaio di Punta Penia, completando nei giorni scorsi le misure sul campo. L’obiettivo è stabilire se questo settore residuale del ghiacciaio della Marmolada presenti condizioni di instabilità potenziale: forma, quota e dimensioni, osservate in superficie, indicano la necessità di un’analisi approfondita. I dati raccolti con georadar multibanda su drone e da terra saranno ora elaborati per costruire modelli numerici della massa glaciale e valutare gli scenari di pericolosità, anche in previsione delle future ondate di calore. Lo stesso approccio sarà esteso all’Adamello, il più grande ghiacciaio delle Alpi italiane.
La montagna cambia: tre rischi emergenti per chi vive e frequenta l’alta quota
Il cambiamento climatico non trasforma solo il paesaggio alpino: sta alterando in modo profondo e rapido le condizioni di sicurezza per le comunità di montagna, per i lavoratori del settore e per i milioni di persone che ogni anno frequentano l’alta quota per turismo, escursionismo e alpinismo. Tre categorie di rischio, tra loro interconnesse, stanno crescendo con l’accelerazione del riscaldamento globale.
Crolli e valanghe glaciali. Il ritiro accelerato dei ghiacciai genera settori isolati, assottigliati e termicamente instabili, sempre più soggetti a distacchi improvvisi. Come dimostrato dal crollo della Marmolada del 3 luglio 2022 — 11 vittime, il più grave evento glaciale della storia alpina recente — questi fenomeni possono verificarsi senza preavviso visibile e con una dinamica devastante. Gli eventi di collasso glaciale sulle Alpi sono in aumento di frequenza e dimensioni dalla fine degli anni Novanta, in stretta correlazione con l’intensificarsi delle anomalie termiche estive.
Inondazioni da rotta di laghi glaciali (GLOFs). Il ritiro dei ghiacciai lascia dietro di sé bacini d’acqua trattenuti da morene instabili o da dighe di ghiaccio. La rotta improvvisa di questi laghi — fenomeno noto con l’acronimo internazionale GLOF, Glacial Lake Outburst Flood — può scatenare ondate di piena e colate detritiche che percorrono interi fondovalle in pochi minuti, mettendo a rischio infrastrutture, abitati e vite umane. Nell’arco alpino il numero di laghi glaciali è cresciuto considerevolmente nell’ultimo ventennio e la loro sorveglianza rappresenta una sfida sempre più urgente per la protezione civile.
Frane e crolli rocciosi per degradazione del permafrost. Al di là dei ghiacciai veri e propri, vaste porzioni delle pareti rocciose alpine sono interessate dal permafrost — il suolo perennemente gelato che funge da cemento naturale tra i blocchi di roccia. Il riscaldamento in quota sta disgregando questo legante: il permafrost si degrada più in profondità ogni anno, liberando la coesione che manteneva in equilibrio masse rocciose anche di grandi dimensioni. Il risultato è un aumento significativo della frequenza di frane e crolli in quota, spesso di difficile previsione, che interessano sia le vie di comunicazione alpina sia le zone frequentate da escursionisti e alpinisti.
Questi tre fenomeni non sono indipendenti: interagiscono e si amplificano reciprocamente. La degradazione del permafrost destabilizza le morene che contengono i laghi glaciali; il ritiro dei ghiacciai espone pareti rocciose prima protette dal ghiaccio; le ondate di calore accelerano contemporaneamente la fusione glaciale e il riscaldamento delle rocce in quota. Comprendere e monitorare questi processi in modo integrato è la sfida scientifica che il Gruppo di lavoro ha raccolto, a partire dalla Marmolada e con l’obiettivo di estendersi all’Adamello.
La ricerca scientifica: due studi già pubblicati
Nei tre anni successivi alla tragedia del 2022, il Gruppo di lavoro ha condotto un’analisi sistematica delle cause del collasso, i cui risultati sono stati pubblicati in due articoli scientifici su riviste internazionali peer-reviewed. Il primo (pubblicato su Geomorphology nel 2023) ha ricostruito la dinamica del crollo individuando i meccanismi di sollevamento idraulico e di sovrapressione basale come cause scatenanti. Il secondo (pubblicato su Natural Hazards and Earth System Sciences nel settembre 2025) ha approfondito l’analisi con simulazioni numeriche di stabilità basate sul metodo dell’equilibrio limite, dimostrando che solo la combinazione di tre fattori destabilizzanti — pressione idrostatica nei crepacci, sollevamento idraulico e riduzione della resistenza basale — ha determinato la perdita di equilibrio. Questi studi hanno fornito al gruppo gli strumenti concettuali e metodologici per affrontare ora la valutazione del rischio sui settori glaciali residui.
La nuova campagna: vedere dentro il ghiacciaio
Le indagini appena concluse puntano l’attenzione sul ghiacciaio di Punta Penia per valutarne le condizioni attuali di stabilità. Al centro della campagna vi è l’impiego di un sistema georadar (Ground Penetrating Radar – GPR) multibanda, montato su drone e integrato con acquisizioni condotte direttamente dalla superficie glaciale. Le misure da drone consentono una copertura spaziale ampia e sistematica, mentre quelle da terra permettono di raggiungere profondità maggiori e risoluzioni più elevate.
L’utilizzo di antenne a diverse frequenze permette di esplorare l’interno della massa glaciale in modo non invasivo, restituendo un’immagine tridimensionale della struttura interna: geometria del substrato roccioso, variazioni dello spessore del ghiaccio, presenza e distribuzione di eventuali sacche d’acqua o strati saturi alla base. Quest’ultimo elemento è di importanza cruciale: è proprio la presenza di acqua in pressione alla base o all’interno del ghiacciaio il principale segnale di rischio per la valutazione dell’instabilità.
Perché guardare a Punta Penia: le ragioni dell’indagine
L’attenzione si concentra sul ghiacciaio di Punta Penia perché le osservazioni di superficie — forma del circo glaciale, pendenza del versante, quota e dimensioni della massa residua — configurano un insieme di condizioni predisponenti che, sulla base delle conoscenze acquisite con lo studio del crollo del 2022, suggeriscono la necessità di un’analisi approfondita della struttura interna.
È importante sottolineare che la presenza di condizioni predisponenti non implica necessariamente l’esistenza di un rischio attuale: solo i dati geofisici in corso di elaborazione permetteranno di stabilire se e in quale misura la massa glaciale presenti caratteristiche di instabilità. I rilievi sul campo sono stati completati; le analisi e la modellazione numerica forniranno nei prossimi mesi una risposta scientificamente fondata.
«Dopo il 2022 abbiamo il dovere scientifico di guardare con attenzione ai settori glaciali che presentano analogie morfologiche con quello crollato. Non è un allarme: è un’indagine. La scienza non può pronunciarsi prima di avere i dati, e noi stiamo raccogliendo quei dati» — Aldino Bondesan, Università di Padova.
«La montagna alpina sta cambiando più velocemente di quanto i sistemi di sorveglianza attuali siano in grado di seguire. Crolli glaciali, rotte di laghi e frane da permafrost sono fenomeni distinti ma alimentati dalla stessa causa: il riscaldamento in quota. Le metodologie che stiamo sviluppando — dalla Marmolada all’Adamello — puntano a colmare questo divario tra la velocità del cambiamento e la nostra capacità di anticiparlo» — Roberto Francese, Università di Parma – OGS.
«Abbiamo avviato queste indagini perché le caratteristiche morfologiche osservabili in superficie ci dicono che è necessario guardare dentro. Non sappiamo ancora cosa troveremo: è esattamente questo l’obiettivo del lavoro. Quello che possiamo dire è che disponiamo oggi degli strumenti per rispondere a questa domanda con rigore scientifico» — Stefano Picotti, OGS.
«Il georadar multibanda ci permette di vedere la struttura interna del ghiacciaio con una risoluzione che in passato non era raggiungibile su questo tipo di terreno. I dati sono stati raccolti; ora inizia la fase di elaborazione e modellazione, che dirà se le condizioni predisponenti individuate in superficie trovino riscontro in profondità» — Massimo Giorgi, OGS.
Dall’Adamello alle Alpi: un programma di monitoraggio del rischio glaciale
Il completamento della campagna sulla Marmolada apre la strada all’estensione delle stesse indagini geofisiche all’Adamello, il più grande ghiacciaio delle Alpi italiane. Con una superficie residua di circa 17 km², il ghiacciaio dell’Adamello è non solo un serbatoio idrico fondamentale per i territori lombardi e trentini, ma anche un sistema glaciale complesso, con caratteristiche morfologiche e un grado di frequentazione che rendono opportuna una valutazione sistematica delle condizioni di stabilità, dei rischi di formazione di laghi glaciali e del degrado del permafrost nelle aree circostanti.
L’applicazione della stessa metodologia — georadar multibanda da drone e da terra, modellazione numerica della stabilità, costruzione di scenari di pericolosità — permetterà di confrontare i risultati tra i due sistemi glaciali e di sviluppare approcci di valutazione del rischio trasferibili a scala alpina. L’obiettivo di lungo termine è dotare le autorità competenti di strumenti quantitativi aggiornati per la gestione integrata del rischio in alta montagna.
Prossimi passi
I dati acquisiti nella campagna saranno elaborati e integrati con le misure geofisiche delle campagne precedenti per produrre una valutazione complessiva del rischio glaciologico sulla Marmolada. I risultati saranno oggetto di pubblicazione scientifica e comunicati alle autorità regionali e nazionali competenti in materia di gestione del rischio in montagna. La ricerca è svolta con fondi istituzionali degli enti coinvolti.


