Questa mattina è stata posta una pietra d’inciampo per Leopold Götz davanti all’ingresso dell’Università di Padova. Alla cerimonia, che è stata introdotta da Giulia Simone del Centro per la storia dell’Università di Padova, ha partecipato la rettrice, Daniela Mapelli, con un discorso, seguito dalla lettura delle note biografiche su Leopold da parte degli studenti dell’Istituto “Calvi”.
«Ci ritroviamo oggi davanti a Palazzo Bo, cuore storico dell’Università di Padova, per un gesto che è insieme semplice e profondissimo: lo scoprimento di una pietra d’inciampo. Un segno discreto, incastonato nel tessuto della città e della vita quotidiana, che ci invita a fermarci, ad abbassare lo sguardo, a ricordare. Il Giorno della Memoria non è mai un rito formale. È un appuntamento che interpella le nostre coscienze, che ci chiede di misurarci con uno dei punti più bui della storia europea e italiana, e di farlo non solo con lo sguardo rivolto al passato, ma con una responsabilità pienamente rivolta al presente e al futuro – ha esordito Daniela Mapelli, rettrice dell’Università di Padova -. Le pietre d’inciampo, sparse ormai in decine di migliaia di luoghi in Europa, hanno proprio questa forza: ci sottraggono alla distanza astratta dei grandi numeri e restituiscono alla storia il volto delle persone. Ogni nome inciso è una vita concreta, fatta di relazioni, di studio, di lavoro, di speranze. Ed è anche un monito: ciò che è accaduto non è stato inevitabile, né improvviso. Ricordare Leopold Götz oggi non significa soltanto restituire un nome e una storia a chi ne è stato privato. Significa riconoscere come le università, le scuole, le città – luoghi di sapere, di confronto, di crescita – non siano mai spazi neutri, ma riflettano le scelte e i valori di una società. (…) Ragazze e ragazzi che non hanno conosciuto quei racconti in famiglia, che vivono in un tempo in cui l’odio, l’esclusione e il linguaggio della disumanizzazione tornano a circolare con inquietante facilità – ha continuato Daniela Mapelli -. A loro, e a tutte e tutti noi, la memoria serve non come rifugio nel passato, ma come strumento critico per leggere il presente. (…) Per questo una pietra d’inciampo, così piccola e silenziosa, assume una forza simbolica straordinaria. Ci ricorda che libertà, pace, diritti non sono mai definitivamente acquisiti. Vanno custoditi, difesi, rinnovati ogni giorno attraverso le scelte individuali e collettive. Oggi, davanti a Palazzo Bo, inciampando simbolicamente in questo nome, rinnoviamo un impegno comune: a non dimenticare, a non essere indifferenti, a fare dell’Università uno spazio sempre aperto, inclusivo, fondato sul rispetto della persona e sulla responsabilità del sapere. È questo – ha concluso la Rettrice – il modo più autentico per onorare Leopold Götz e tutte le vittime della Shoah: mantenere viva una memoria che sappia parlare al presente e orientare il futuro».
«Era il 2018quando l’Università di Padova ha posto 6 pietre di inciampo. È stata la prima Università in Europa a farlo, chiedendo a Gunter Demnig, l’artista tedesco che ha ideato questi sampietrini in ottone e che materialmente li produce, uno per uno a mano, a porre un ricordo “materico” dei docenti e degli studenti ebrei che nel 1938 hanno subito l’onta delle leggi razziali e che sono stati uccisi nei campi di sterminio. E dunque nel 2018 abbiamo ricordato due professori universitari Alberto Goldbacher, Augusto Levi, e quattro studenti Giorgio Arany, Giuseppe Kroò, Paolo Tolentino e Nora Finzi. È seguita, nel 2022, la posa della settima pietra, quella dedicata allo studente Desiderio Milch. La memoria si rinnova, anno dopo anno, in occasione della Giornata della Memoria. Ma la posa di una pietra di inciampo, invece, non ha una cadenza annuale. Perché? – ha detto Giulia Simone del Centro per la storia dell’Università di Padova che ha curato la ricerca in Archivio – Perché la posa di una pietra di inciampo è l’ultimo passaggio di un processo più ampio che parte dalla ricerca storica. È quello che facciamo al Centro per la storia dell’Università di Padova: ritrovare i nomi di quei docenti e degli studenti ebrei che qui a Padova hanno vissuto, lavorato, studiato e che avevano trovato nell’Ateneo una loro seconda casa. E che hanno trovato la morte ad Auschwitz. È dunque un work in progress, che ha avuto un primo risultato edito nel volume Le pietre di inciampo a Padova che raccoglie le biografie delle vittime della Shoah nel padovano. La ricerca si intreccia dunque con la memoria e il nostro Ateneo diviene luogo di studio e assieme di riflessione su ciò che è stato».
Leopold Götz nasce a Merano il 5 marzo 1919. I genitori sono Hermann e Camilla Pick; Leopold ha tre fratelli: Rosa (1904), Olga (1909) e Kurt (1923). La famiglia Götz è originaria della Moravia: il nonno Leopold, assieme ai figli Hermann e Moritz, era giunto a Merano sul finire del 1800 (1899) e l’intera famiglia allargata gestiva da allora un negozio di generi alimentari che si trasforma, poi, in una fabbrica di produzione di crauti. Nel primo dopoguerra nella cittadina di Merano, meta di un turismo mitteleuropeo, vivevano circa 300 ebrei ed erano presenti ben 4 alberghi, alcuni ristoranti “kosher” ed anche una banca di proprietà ebraica. A Merano Leopold frequenta il liceo scientifico Torricelli, è membro della Comunità ebraica e aiuta nel negozio di generi alimentari dei genitori.
Nell’a.a. 1937-38 si iscrive all’Università di Padova alla Facoltà di Scienze matematiche fisiche e naturali (corso in Chimica pura). A Padova trova alloggio prima in via Carlo Dottori 7; poi in piazza del Santo, 20 presso l’Albergo Sant’Antonio. A seguito della promulgazione delle leggi razziste, nell’autunno 1938 Leopold è schedato dall’Università di Padova come appartenente alla «razza ebraica». Tuttavia, non essendo una matricola, riesce a proseguire gli studi, nonostante innumerevoli discriminazioni e difficoltà fino a riuscire a laurearsi il 30 giugno 1941 (a.a. 1940-1941). Ha come relatore il prof. Giovanni Semerano e ottiene il punteggio massimo: 110/110 e la lode. Terminati gli studi, non torna a Merano dove risiede tutta la famiglia; continua a vivere a Padova e dall’agosto 1942 è alloggiato in via Sauro 7, presso Anita Limentani, ebrea ed ex docente di tedesco, che, dopo le leggi razziste, insegna presso la scuola ebraica della città. A Padova Leopold ha anche trovato lavoro quale chimico presso la Società Anonima Ricerche Industriali, dove risulta impiegato fino al luglio 1943. Dopo l’8 settembre 1943 a Merano sono arrestati dalla Gestapo lo zio di Lepold, Moritz, e sua moglie Emma: il primo è deportato ad Auschwitz-Birkenau e muore in data ignota; la zia Emma è assassinata il 2 febbraio 1944 nel lager austriaco di Reichenau. Leopold è invece arrestato a Padova dalle SS il 21 settembre 1944. È tratto in arresto presso la casa di cura “Villa Salutare” sita ad Altichiero, dove Leopold lavorava dopo aver assunto il falso nome di Dr. Poldi. Al momento dell’arresto le SS e la polizia fascista stilano un triste elenco delle poche cose trovate nella camera di Leopold e che vengono requisite.
L’8 ottobre 1944 è portato a Verona. E poi è condotto nel campo di Bolzano.
Il 24 ottobre 1944 è deportato ad Auschwitz, nel convoglio n. 18, lo stesso dove viaggia il prof. Alberto Goldbacher. Arriva ad Auschwitz il 28 ottobre 1944. Muore in data ignota.

